lunedì 24 settembre 2012

Recensioni (2)



Energia della mente

di Domenico Ruggiero




Energia
sprigionata dalla mente

rovente di cicli mestruali

per niente accondiscendente
ai circuiti del niente


La luce dell’umanità
di Michele Lasala


Questa nuova lirica di Domenico Ruggiero pare ricordare una poesia di Giacomo Leopardi: il pensiero dominante. Nella prima strofa Leopardi scrive: «Dolcissimo, possente / dominator di mia profonda mente; / terribile, ma caro / dono del ciel; consorte / ai lugubri miei giorni, / pensier che innanzi a me sì spesso torni».Per Giacomo Leopardi il pensiero dominante e persistente, quasi fastidioso come le mosche descritte da Guy de Maupassant, è allo stesso tempo dolcissimo e terribile, possente e caro, dominatore e consorte. È qualcosa che occupa la mente fino a tormentarla. Anche l’uso di aggettivi antitetici e contrapposti suggerisce l’idea di un tormento della mente. È qualcosa che si impone e fa stare male perché angoscia. Nella lirica di Ruggiero si avverte, pare, proprio questa dimensione angosciosa, questo stato di persistenza di un qualcosa che turba, ma che allo stesso tempo allieta. Per Ruggiero la “mente pensante” è fonte d’energia, anzi è essa stessa energia, ἐνέργειαPuro calore, elemento che è alla base del movimento e della vita, come sosteneva lo stesso Eraclito. Ed è per questo che la mente per Domenico Ruggiero è “rovente di cicli mestruali”, è qualcosa di fecondo, qualcosa che ha in potenza la storia del mondo. Anche il termine “ciclo” usato dal poeta rimanda all’idea di movimento, di persistenza, di ciò che ritorna sempre uguale. Eternamente. Ma è matrice di vita la mente solo nella misura in cui essa è in grado di non accordarsi o  “accondiscendere” a quelli che sono i “circuiti del niente”, come scrive lo stesso poeta.Domenico Ruggiero, anche in questa lirica – scritta per altro senza troppo meditare su un pezzo di carta di giornale – ha cercato di esprimere, con una semplicità verbale che è cifra della sua poetica come della sua stessa vita, una grande verità: quella della grandezza dell’uomo.L’uomo, come sostiene lo stesso Pascal, è come una canna, ma è una canna che pensa, cioè è un essere dotato di ragione, di spirito, di pensiero, di anima. L’energia dell’uomo è nel suo stesso pensiero, ma solo una mente capace di non accondiscendere ai “circuiti del niente”, come scrive appunto Ruggiero, può sprigionare una luce in grado di illuminare l’intero universo: la luce dell’umanità. Guardandosi dentro l’uomo può riscoprire la sua vera natura che prescinde da quelli che sono i condizionamenti imposti dalla cultura, dalla religione, dalla lingua d’appartenenza; quella natura che è il vero contrassegno  della sua grandezza e che gli proviene da un’altra dimensione, da un mondo altro, da un altro remoto abisso. Una natura che è dono di una mente superiore, assoluta. E allo stesso tempo libera. Libera è anche la mente dell’uomo che ha la possibilità di trascendere il niente del quotidiano più banale e più scontato, il niente delle parole vuote gridate al vento, il niente dei discorsi vacanti di gente dimentica di sé. Solo così l’uomo potrà riconoscere le potenzialità della sua mente e allo stesso tempo riconoscere che quella potenza, quella energia è il chiaro riflesso di qualcosa che ci fa essere quello che siamo, che ci dona la vita, così come ci dona  la parola. L’uomo potrà riconoscere che in fondo quella energia altro non è che un puro spirito, puro  λόγος. O più semplicemente, richiamando ancora Leopardi, “dono del ciel”.

martedì 31 luglio 2012

La guerra della Siria (13)


Chi sono i veri responsabili degli omicidi in Siria?
di Michele Lasala

A giudicare dai titoli dei giornali di questi ultimi giorni, pare che la situazione politica della Siria sia abbastanza complessa, oltre che delicata. È difficile fare una analisi dettagliata di quanto sta accadendo in questa terra, martoriata e allo stesso tempo umiliata  dalle carneficine quotidiane; è difficile esprimere un giudizio adeguato, seppur di carattere morale, sul ruolo politico di ogni singola figura che dall’alto manipola le menti di chi effettivamente compie atti criminosi. Chi è il vero responsabile degli assassinii, chi dovrà rispondere dell’accusa di omicidio? Assad è uno dei responsabili o è un dittatore che, in quanto dittatore, svolge un ruolo politico per cui vede la violenza come l’unico mezzo efficace per reprimere i rivoltosi?
E poi, noi tutti siamo responsabili davanti a questi massacri oppure dobbiamo considerarci semplicemente attenti e sensibili lettori di giornali?
È curioso come Benedetto XVI, proprio in riferimento alla situazione politica della Siria, lanci un pressante appello durante l’Angelus: «si ponga fine a ogni violenza e spargimento di sangue» e «non venga risparmiato alcuno sforzo nella ricerca della pace, anche da parte della comunità internazionale» con «dialogo e riconciliazione» per «un'adeguata soluzione politica del conflitto». Non si può non condividere un pensiero come questo, ma è altrettanto vero che il Papa in questi giorni, mentre in Siria muore gente, muoiono cristiani, è a Castelgandolfo, nella sua residenza estiva. Certo, il Papa non può andare a combattere, Benedetto XVI non è Giulio II. Perciò mi chiedo come sia possibile risolvere quella situazione. Sono sufficienti le parole del pontefice? Io temo proprio di no.
Di chi è la responsabilità quindi? Hanna Arendt, nel saggio Colpa organizzata e responsabilità universale, ad un certo punto dice, parlando delle responsabilità dello sterminio degli ebrei: «A ben vedere, quando tutti sono colpevoli nessuno può essere giudicato, poiché quella colpa non è congiunta nemmeno alla mera apparenza, la mera parvenza di responsabilità. Fintanto che la punizione rappresenterà un diritto del criminale – e questo modello è stato per più di duemila anni il fondamento del senso della giustizia e del diritto dell’uomo occidentale – la colpa implicherà la coscienza della colpa e la punizione la certezza che il criminale una persona responsabile».


La guerra della Siria (12)


Siria, non chiamatela rivoluzione...
di Marcello Foa

A guidarmi è l’istinto dell’inviato, che tante ne ha viste e con il passare degli anni è diventato sospettoso, ma le stragi in Siria mi convincono sempre meno. A leggere i titoli sui giornali e sui siti internet, si ha l’impressione che un’eroica minoranza stia resistendo da mesi alla repressione dell’esercito di Assad. E’ una rivoluzione del popolo, del cuore, dei giusti contro gli ingiusti. E noi non possiamo che stare con questo manipolo di straordinari, commoventi rivoltosi. Se fosse davvero così, io non avrei dubbi, però l’esperienza e la logica suggeriscono una lettura diversa o perlomeno maggior cautela.
In circostanze del genere, quando un esercito usa i carri armati e spara sulla folla, la rivolta di piazza finisce istantaneamente. Alcune volte mi è capitato di fuggire sotto il sibilare dei proiettili, ho visto case distrutte a cannonate :  la popolazione civile, per quanto arrabbiata, ripiega impaurita.
In Siria, invece, starebbe resistendo da mesi e le cannonate non basterebbero a incrinarne la resistenza. I conti non tornano, infatti quella in corso, più che una rivolta di popolo, sembra sempre di più una guerra civile alimentata da bande armate, composte verosimilmente da mercenari e guidati dai servizi segreti.

La rivoluzione è l’alibi è la cornice mediatica, ma la situazione, se analizzata con lucidità ed esperienza, appare ben più sofisticata e ruoli e responsabilità per nulla chiari. Chi sta combattendo contro chi ? Assad, che è un dittatore, è nel mirino di Usa, Europa e Israele, questo è evidente ; ma viene difeso a livello diplomatico dai cinesi e dai russi e, sul terreno, dagli iraniani che vedono in lui uno dei pochi alleati e fanno di tutto per tenerlo al potere.
Quella a cui, da lontano, assistiamo, è una guerra sporchissima, in cui i carnefici non sono sempre quelli indicati in prima battuta. La strage avvenuta qualche settimana fa a Hula, le cui immagini vengono ripetute in continuazione, non sarebbe stata compiuta dall’esercito di Assad, come scritto da tutti i media, ma da ribelli sunniti armati; infatti la maggior parte delle vittime, come ha scoperto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, erano soprattutto alawite ovvero appartenevano ai clan etnici dello stesso Assad.E siccome è inimmaginabile che Assad abbia fatto fuori i propri sostenitori permettendo che i media internazionali gliene addossassero la colpa, lo scoop del giornale tedesco spalanca la porta a un’altra verità: a uccidere sono stati i rivoltosi ma la responsabilità è stata addossata al regime.
Sia chiaro: non difendo Assad. Il padre era un dittatore sanguinario, il figlio appare più fragile, ma sempre dittatore è. Se dovesse cadere , pochi lo rimpiangerebbero; però, ancora una volta, in una vicenda internazionale l’influenza dei media si rivela decisiva; grazie alla dabbenaggine dei giornalisti, considerato che la maggior parte di loro nemmeno si accorge di essere manipolata. Rilancia come vere, comprovate, assolute notizie che invece, se davvero i giornalisti conoscessero le tecniche di spin e manipolazione mediatica, andrebbero scrutinate con attenzione e, talvolta, smascherate in tempo reale.
Oggi non sappiamo chi siano davvero i rivoltosi ei controrivoltosi, mentre i media trasmettono fatti veri o parzialmente veri, frammisti a clamorose panzane, l’ultima l’ho sentita stamattina alla radio: Al Qaida avrebbe un ruolo crescente nella rivolta in Siria; sì proprio Al Qaida, che dal 2001 è stata data per morta tante volte e altrettante resuscitate e di cui, come si è saputo a distanza di anni, nemmeno Bin Laden aveva il controllo tanto era frammentata e sfilacciata.
Ecco nel grande caos siriano, mancava solo Al Qaida, la cui presenza è inverosimile, ma senz’altro funzionale a certi scopi.
E chi vuole capire ripassi. Infine, però, mi chiedo: quanti vogliono davvero capire?


La guerra della Siria (11)


Siria, si combatte ancora: Aleppo a ferro e fuoco

Le forze ribelli hanno respinto un’offensiva delle truppe governative in vari quartieri di Aleppo. Ma gli scontri continuano
di Sergio Rame

In Siria i combattimenti non si arrestano. Anzi, si fanno sempre più violenti e cruenti. Circa 200.000 persone sono fuggite negli ultimi due giorni da Aleppo, hanno riferito le Nazioni Unite. Le forze di sicurezza governative stanno portando avanti ad Aleppo una vera e propria caccia all'uomo alla ricerca di gruppi armati. Secondo l'agenzia di stampa di Stato Sana, le truppe continueranno a perseguire i ribelli finché la città non sarà "ripulita" dai gruppi armati: 168 morti, 94 dei quali civili, è infatti il drammatico bilancio della giornata di combattimenti di ieri.
Non solo. i combattimenti sono ripresi anche oggi. Gli attivisti parlano anche di esplosioni, sentite chiaramente "quando l’aviazione ha sorvolato la città".
Il capo dell’opposizione siriana in esilio ha detto che ad Aleppo si rischia "un massacro" se la comunità internazionale non scende in campo e ha rivolto un appello perché i ribelli vengano armati. "Vogliamo armi che ci consentano di fermare i blindati e i caccia", ha detto il presidente del Consiglio Nazionale Siriano, Abdel Basset Sayda. Nel frattempo, il ministro degli Esteri siriano, Walid al-Muallem, è volato a Teheran per colloqui con il governo. Secondo gli attivisti, gli scontri di oggi potrebbero segnare l’inizio di una fase decisiva per il controllo della città, un tempo fiorente hub commerciale. "Gli scontri sono avvenuti nei distretti di Bab al-Hadid, Zahraa, Arkub e Al-Hindrat Camp: si sono udite esplosioni mentre un aereo volavo in alto", ha spiegato l’Osservatorio. Testimoni sul posto hanno raccontato di feriti che giacciono al suolo e nessuno può avvicinarsi per l’intensità degli attacchi.
Nella notte, Sayda ha denunciato che "la comunità internazionale non risponde nella maniera attesa". A suo giudizio, il prossimo passo sul piano diplomatico non deve uscire dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, che fino ad ora è stato incapace di varare una risoluzione contro il regime per i veti di Russia e Cina. Anche l’inviato di Onu e Lega Araba per la Siria, Kofi Annan, si è detto estremamente preoccupato per la battaglia ad Aleppo e ha rinnovato l’appello perchè le parti si sforzino di trovare una soluzione politica condivisa. "L’escalation militare ad Aleppo e nella zona circostante - ha sottolineato in una nota diffusa a Ginevra - è una prova ulteriore della necessità che la comunità internazionale si incontri per convincere le parti che solo una transizione politica, che porti a un accordo politico, possa risolvere questa crisi e portare la pace al popolo siriano".
Adesso gli occhi sono puntati su Teheran. Muallem incontrerà il suo omologo, Ali Akbar Salehi e i due terranno una conferenza stampa congiunta al termine dell’incontro. L’agenzia di stampa Mehr ha datto sapere che il ministro siriano sarà ricevuto da vari dignitari iraniani. Secondo fonti ben informate, tra costoro ci sarebbe anche il capo del Supremo Consiglio Nazionale di Sicurezza, Saeed Jalili, che è molto vicino alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.


La guerra della Siria (10)


Assad promette «Finiremo i ribelli» Appello del Papa


«Schiacceremo i ribelli ad Aleppo», fa sapere il regime siriano per bocca del suo ministro degli Esteri Walid Moallem. «Saranno sconfitti senza alcun dubbio». Damasco non intende cedere terreno («fermeremo la cospirazione contro la Siria») e per gli oppositori alla dittatura la situazione si fa sempre più difficile nonostante l'arrivo di «una nuova partita di armi e munizioni» - impossibile sapere da dove - oltre che di altri 200 combattenti. La battaglia per il controllo della città, un tempo bastione del presidente siriano Bashar Al Assad, è cruciale sia per il regime che per l'opposizione. E le notizie che arrivano sono contrastanti. «Stiamo assistendo oggi (ieri, ndr) a uno dei peggiori bombardamenti ad Aleppo - riferisce l'attivista Mohammed Saeed - ma i ribelli riescono ancora a tenere bene e le truppe di terra non sono riuscite a entrare in città», dove le truppe siriane hanno attaccato alcuni quartieri con carri armati e artiglieria. «Hanno poche armi e sono pochi», ha riferito sabato, nel suo ultimo servizio, Ian Pannel della Bbc, uno dei pochi giornalisti stranieri nel Paese. Il reporter britannico si trova nei pressi di Salah ad Din, uno delle roccaforti dei miliziani nella parte occidentale di Aleppo: «La potenza di fuoco che hanno di fronte è così schiacciante e Aleppo è così importante per il governo del presidente Assad che resistere sarà incredibilmente difficile, se non impossibile». Mentre la Lega araba, inerme come l'intera comunità internazionale, punta il dito contro i «crimini di guerra» che si stanno compiendo in Siria, ieri gli scontri tra i governativi e i ribelli si sono avvicinati al confine turco. Non solo. Secondo gli attivisti antigovernativi le forze del presidente hanno ucciso almeno 21 persone nella provincia meridionale di Daraa.Bombardamenti, violenze, una scia di sangue interminabile. Un totale di 168 morti, 94 dei quali civili, si contano quando Benedetto XVI si affaccia al balcone della residenza estiva a Castelgandolfo per recitare l'Angelus. E dall'alto della sua autorità interviene con un «pressante appello» perché in Siria «si ponga fine a ogni violenza e spargimento di sangue» e «non venga risparmiato alcuno sforzo nella ricerca della pace, anche da parte della comunità internazionale» con «dialogo e riconciliazione» per «un'adeguata soluzione politica del conflitto».Intanto ieri sono arrivati a Roma i due tecnici italiani Oriano Cantani e Domenico Tedeschi sequestrati il 18 luglio a Damasco e liberati dopo 10 giorni. I due hanno confermato di non sapere chi li abbia sequestrati, di essere stati liberati dall'«esercito siriano» e che non c'è stato un blitz: «No, non diretto», ha spiegato Cantani. «È stata una cosa tranquilla».

Yemen, il carabiniere ostaggio delle tribù

Il friulano Alessandro Spadotto preso da un gruppo locale, già responsabile di altri sequestri lampo

di Fausto Biloslavo

Le prossime ore saranno decisive per la sorte di Alessandro Spadotto, il carabiniere friulano di 29 anni rapito domenica nello Yemen. Si tratta di un rapimento tribale, non terroristico, che punta ad ottenere dal governo la scarcerazione di un detenuto membro del clan oltre alla restituzione di alcuni terreni nella capitale yemenita rivendicati dai rapitori. Il capo dei sequestratori, secondo l'agenzia on line Mareeb press, sarebbe Ali Nasser Hariqdan della tribù Obeida.
Un personaggino condannato a morte per aver ammazzato 2 militari, ma che evidentemente è stato liberato dopo il rapimento di un norvegese delle Nazioni unite. Il giovane Gert Danielsen era stato rapito in gennaio e gli Obeida avevano chiesto di scarcerare proprio Ali Nasser Hariqdan. Se è lui a capo del commando che ha preso Spadotto vuole qualcosa dal governo: promesse di impiego o sviluppo economico non mantenute, oppure la liberazione di qualche altro membro del clan.Il carabiniere sarebbe già stato portato nel Mareeb, la regione centrale roccaforte della tribù a 170 chilometri ad est di Sana'a, la capitale dove è stato rapito. Sempre gli Obeida in gennaio avevano incaricato dei banditi di sequestrare 6 dipendenti dell'Onu. Una volta accettate le condizioni della tribù sono stati liberati in 48 ore. Però più passa il tempo e si tergiversa sulla trattativa si corre il rischio che i rapitori vendano l'ostaggio ad al Qaida, come è capitato al vice console saudita rapito nella città meridionale di Aden lo scorso marzo.Il carabiniere di San Vito al Tagliamento (Friuli-Venezia Giulia) era arrivato nello Yemen da sole tre settimane. Addetto alla sicurezza dell'ambasciatore italiano è addestrato anche all'eventualità di venir rapito. Verso le 14 di domenica, ora locale, le 15 in Italia, Spadotto è uscito dall'ambasciata di Sana'a in borghese, ma con la pistola, arma individuale. Il carabiniere è andato in un centro commerciale per comprare una scheda telefonica. Dopo due ore, però, non era rientrato ed i suoi commilitoni hanno dato l'allarme. Non solo: è arrivato un suo sms che confermava il rapimento, ma cercava di aprire subito un canale di dialogo, che si cercherà di portare avanti in queste ore. «Di solito i rapitori si fanno sentire nel giro di 2-3 giorni e spesso chiedono la liberazione di un membro della tribù in prigione» spiega William Strangio, capo missione dell'ong italiana Intersos a Sana'a. L'apparato di sicurezza del governo è indebolito dalla fine tumultuosa dell'era Saleh, il presidente padrone del paese per 33 anni. La criminalità è aumentata e le tribù, vera ossatura dello Yemen, si sentono più forti. In gennaio 6 dipendenti dell'Onu sono stati rapiti su commissione a causa di rivendicazioni tribali. Due mesi fa c'erano stati degli allarmi a Sana'a per possibili sequestri di occidentali. «Non usciamo di casa alla sera e non restiamo in strada a piedi - spiega Strangio a Il Giornale - Ci facciamo venire a prendere e riportare da tassisti fidati».Il rapimento più eclatante di Abdullah al-Khalidi, vice console saudita ad Aden, «capitale» del sud, era nato inizialmente come tribale. Il diplomatico avrebbe avuto una relazione sconveniente con una ragazza del clan. La faccenda si è complicata e la tribù lo ha venduto ad al Qaida. I terroristi minacciano di decapitarlo, ma hanno già ottenuto la liberazione di cinque loro donne dalle galere saudite. Adesso, secondo il mediatore sempre tribale, basterebbe pagare il riscatto, solo mezzo milione di dollari, per far liberare l'ostaggio. Sorte simile sarebbe capitata ad una donna svizzera che insegnava nella città centrale di Hobeida, sul Mar Rosso, ma per lei il riscatto sarebbe di 5 milioni di dollari. Era l'unica occidentale in ostaggio nello Yemen prima del rapimento del carabiniere. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha parlato con il suo omologo yemenita Abu Bakr al Qirbi: «Ho avuto la totale assicurazione di una massima collaborazione per favorire il rilascio del nostro addetto alla sicurezza». Poi ha aggiunto che «la priorità assoluta deve essere anzitutto quella di tutelare l'incolumità del nostro connazionale». Tradotto: niente blitz per liberarlo. E di conseguenza veloce concessione delle richieste ai rapitori.L'ostaggio è in forza al 13° reggimento Friuli-Venezia Giulia con base a Gorizia. I genitori vivono a San Vito il Tagliamento. Il papà è un ex carabiniere che ha guidato la protezione civile locale. «Se sarà liberato stapperemo una bottiglia tutti insieme - dice il genitore - ma per il momento vorremmo essere lasciati in pace». Più loquace il sindaco, Antonio Di Bisceglie: «Alessandro è un ragazzo serio, compito che ha sempre onorato il servizio allo Stato e interpreta in modo ligio il suo dovere». Il primo cittadino è «fiducioso sul rilascio» del carabiniere, figlio unico e fidanzato con una ragazza del paese friulano
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martedì 24 luglio 2012

Inchiesta


ROMA A TUTTO CEMENTO

di Francesco Erbani


Due mila ettari di terreno lasceranno il posto a 66 mila case. Merito degli "ambiti di riserva", aree selezionate dal Comune per circa 200 mila abitanti. Tanti quanti quelli di Salerno o Brescia. Legambiente denuncia che nella Capitale già esistono più di 250 mila appartamenti vuoti. Alemanno promette che questi alloggi, fuori dal Piano Regolatore del 2008, saranno in parte destinati all'edilizia popolare. Ma è necessario costruire ancora?


Su Roma una nuova pioggia di case la campagna nelle mire dei palazzinari


ROMA - Il titolo è burocraticamente innocuo: "Ambiti di riserva a trasformabilità vincolata". Il senso è un altro. Su Roma possono abbattersi 66 mila nuovi alloggi, cioè 23 milioni di metri cubi di appartamenti che si piazzeranno su 2 mila 400 ettari di campagna romana. Le lottizzazioni sono sparse per ogni dove nelle "erme contrade", come Giacomo Leopardi chiamava nella Ginestra la cintura agricola intorno alla città - e "erme" vuol dire solitarie. 


Una campagna dove, nonostante tante aggressioni, si fa ancora molta agricoltura, dove fitta è la trama archeologica e altissimi i valori paesaggistici. Se in ogni appartamento andranno a vivere dalle due alle tre persone, ecco profilarsi, dentro il territorio comunale, una città dai 130 ai 200 mila abitanti. Grande quanto Salerno o quanto Brescia. Che viola persino il Parco dell'Appia Antica, ai bordi del quale potrebbe sorgere un bel quartiere con 3 mila abitanti. L'allarme è alto. Sono mobilitate le associazioni ambientaliste, i comitati di cittadini preparano barricate. Nei giorni scorsi si è svolto un sit-in davanti al Campidoglio. È intervenuto anche l'Istituto nazionale di urbanistica (Inu). E due deputati di Pd, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, hanno presentato un'interrogazione parlamentare. Ma, prima di tutto: c'è bisogno d'altro cemento a Roma? Il Piano regolatore, approvato appena quattro anni fa dalla giunta di Walter Veltroni, prevede edificazioni per 70 milioni di metri cubi, un diluvio di calcestruzzo che sta inondando di gru, di villette e di palazzi la capitale in tutte le direzioni - la terribile "macchia d'olio" descritta cinquant'anni fa da Antonio Cederna -, ma che non trova giustificazioni nella crescita demografica: l'ultimo censimento inchioda la popolazione residente a 2 milioni 600 mila abitanti, appena 50 mila in più rispetto al 2001. I 66 mila nuovi alloggi sono proprio nuovi, cioè sono oltre quelli del Piano, molti dei quali appena costruiti giacciono lì, invenduti, a fare la muffa e a impensierire le banche che con i costruttori si sono esposte enormemente e ora vedono in pericolo i capitali anticipati, prefigurando scenari da bolla immobiliare spagnola. Si attendono i dati dell'ultimo censimento, ma nel 2001 risultavano 193 mila appartamenti inutilizzati che, secondo molti, è una cifra molto sottostimata. Legambiente calcola almeno 250 mila appartamenti vuoti a Roma. 
Uno dei requisiti fissati dal Comune è proprio che i nuovi alloggi vengano costruiti in suoli che il Piano riserva come agricoli. Molto esplicita la relazione del Dipartimento urbanistica del Comune di Roma: "Le aree selezionate andranno ad aggiungersi agli Ambiti di Riserva a trasformabilità vincolata già individuati dal Prg vigente". Insomma è come se il Piano, abbondantemente sovradimensionato e sottoutilizzato, fosse già carta straccia. Inoltre, fa notare l'Inu, non vengono attuati 35 Piani di Zona già approvati per realizzare case popolari, cioè case di proprietà pubblica. 
Per Gianni Alemanno e per il suo assessore all'urbanistica, Marco Corsini, arriva in porto una promessa fatta ai romani subito dopo l'insediamento in Campidoglio nel 2008 per fronteggiare l'emergenza abitativa, molto alta nonostante le troppe case che si costruiscono ma che restano inaccessibili ai ceti più deboli. I 66 mila appartamenti servono, dice il sindaco, perché destinati in parte ad housing sociale. Che vuol dire case ad affitti agevolati, realizzate da privati i quali ottengono in cambio licenze per costruire altre case da vendere a mercato libero. Sei euro al metro quadrato, assicurano al Comune, l'importo di un affitto agevolato, 420 euro per una casa di 70 metri quadrati, due stanze, doppio bagno, cucina e soggiorno. Ma su questa materia non esistono norme di legge, tutto dipenderà dalle convenzioni fra Comune e costruttori. 


Appena eletto, Alemanno lanciò un bando per dare casa, diceva, a chi casa non se la poteva permettere - giovani coppie, single, studenti fuori sede, famiglie a basso reddito. Ma neanche poteva accedere alle liste per vedersi assegnato un alloggio popolare, che a Roma come in tutta Italia si costruiscono sempre meno. Sono arrivate 334 proposte. Una commissione le ha valutate e ne sono state selezionate 160 (che potrebbero forse scendere a 135: ma sono pur sempre 20 milioni di metri cubi). Il Comune sostiene che si tratta solo di una ricognizione. Mancano passaggi fondamentali, primo fra tutti l'approvazione di una variante urbanistica in Consiglio comunale, che ha tempi molto più lunghi di quelli che mancano alla fine della legislatura (primavera 2013). Ma non sfugge alle associazioni ambientaliste e ai comitati quanto la pubblicazione della lista sul sito del Comune generi aspettative sfruttabili elettoralmente, faccia sentire i proprietari selezionati in possesso di diritti e soprattutto inneschi meccanismi di valorizzazione fondiaria (un terreno edificabile vale enormemente di più rispetto a uno agricolo). Circolano depliant di cooperative edilizie, se ne parla sui social network.


Da Nord a Sud, da Est a Ovest, la mappa degli "ambiti di riserva" che compare in rete è un florilegio di puntini neri sparpagliati dovunque, quasi un fiotto di coriandoli lanciati per aria e piovuti al suolo, senza nessuna logica di pianificazione. Senza nessun supporto del trasporto pubblico. Basti pensare che una delle prescrizioni imposte dal bando del Comune è che il terreno sul quale costruire sia a non più di 2 chilometri e mezzo da una fermata dell'autobus. Che comunque deve essere raggiunta in macchina.  


I tagli dei terreni sono vari. Si va dai 2 ettari e poco più a Tor Vergata, dove si possono realizzare 82 appartamenti ai 90 ettari complessivi della società agricola Cornacchiola, dove di appartamenti se ne possono fare 2.500. Questo terreno, diviso in due parti, è il più grande degli insediamenti previsti in tutta Roma, ma non è solo questo il primato di cui può fregiarsi. Questi 90 ettari si stendono proprio al confine con il Parco dell'Appia Antica, zona con vincoli di ogni genere, archeologici e paesaggistici e che, nonostante tutte le norme impongono debba restare integra, potrebbe essere lo scenario di stupefacente bellezza sul quale affacceranno finestre, balconi e terrazzi di oltre cinquemila persone. Un vero sfregio per la Regina viarum, che si aggiungerebbe agli abusi che la vilipendono da decenni. Ma sono picchiettate di lottizzazioni zone adiacenti altri parchi, come quelli di Veio, della Marcigliana o la Riserva del Litorale.  


"Dal bando per l'housing ci aspettavamo un disastro", sbotta Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio, "ma i risultati che Alemanno vorrebbe approvare sono peggiori di qualsiasi incubo. L'associazione dei costruttori aveva chiesto l'1 % del territorio e Alemanno ne elargisce quasi il 2 %. Una brutta ipoteca sul futuro, visto che il sindaco non potrà mai vedere attuata prima delle elezioni l'assurda variante generale al Piano Regolatore scritta sulla base dei risultati di un bando, ma rischia di generare diritti edificatori che non ci toglieremo più". Molto duro è anche il giudizio di Italia Nostra che si dice "assolutamente contraria a tale iniziativa perché porta ad una dispersione caotica dei nuovi insediamenti residenziali che non rispondono ad alcun progetto di città ma sono determinati casualmente in base alle offerte della proprietà fondiaria. Prima di pensare a nuove urbanizzazioni dell'Agro romano, sarebbe piuttosto necessario utilizzare le aree e i fabbricati dismessi o sottoutilizzati da censire immediatamente per trovare soluzioni alternative e più articolate all'emergenza abitativa".


A Roma Nord, nel XIX Municipio, calano 29 insediamenti, per un totale di 454 ettari e quasi 15 mila appartamenti. Un acquazzone cementizio anche nel confinante XX Municipio, 357 ettari compromessi da oltre 10 mila appartamenti. In questi due Municipi risiede il Parco di Veio, da dove sono arrivati alcuni capolavori archeologici ora custoditi nel Museo di Villa Giulia. Altri insediamenti per oltre 110 ettari si annunciano nella zona di Porta di Roma, sempre a Nord della città, dove sono stati costruiti negli ultimi sei anni quasi 3 milioni di metri cubi e dove la sera, se ci si aggira fra le palazzine tirate su da Caltagirone, dai fratelli Toti e da Mezzaroma, i grandi nomi dell'edilizia romana, sono pochissime le finestre illuminate in un desolato panorama di case vuote. In pericolo le aree verdi di Selva Candida e Villa Santa, la Cecchignola, Colle della Strega. E altre palazzine potrebbero prendere il posto degli ulivi secolari nei 30 ettari di una tenuta a pochi metri da Villa Segni, un edificio storico sull'Anagnina. Anche qui vincoli paesaggistici e vincoli archeologici non sono bastati: questo terreno è finito, insieme agli altri 159, nella lista che potrebbe sconvolgere gli assetti già molto precari di Roma.
16 luglio 2012

Vincent Van Gogh. La sofferenza e la solitudine tra cieli notturni e fiori di lillà Decrease Font Size Increase Font Size Text Size Stam...